da dinamopress.it

Intervista a Francesco Martone membro della giuria per il Tribunale dei Popoli, Sessione sulle violazioni dei diritti delle persone migranti e rifugiate di Palermo e. coordinatore della Rete InDifesadi

Il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) nasce a Bologna nel 1979, per rendere permanente l’esperienza del Tribunale Russell sul Vietnam (1966-67) e sull’America Latina (1973-76), e dare continuità alla Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli del 1976 di Algeri.

Nel corso degli anni il Tribunale si è evoluto, riuscendo a proseguire il suo mandato anche di fronte alle nuove sfide globali. Tramite il lavoro del Tribunale il concetto dell’autodeterminazione dei popoli si è allargato e rideclinato, dai rischi ambientali ai crimini di guerra, dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale alle politiche delle imprese multinazionali, dalla partecipazione delle comunità ai diritti dei migranti.

A luglio del 2017 a Barcellona si è aperta la sessione per esaminare se le politiche e le prassi adottate dall’Unione europea e dai suoi Stati membri costituiscano violazione del diritto dei popoli e delle persone migranti e rifugiate. La seconda tappa di questa sessione non poteva che tenersi in Sicilia, dove ogni anno sbarcano centinaia di migliaia di persone in fuga dall’Africa, e dove, purtroppo, sempre più persone non riescono ad arrivare, perché muoiono nella traversata.

Intervistiamo – per DinamoPress – Francesco Martone, membro della giuria dell’udienza di Palermo del TPP. Già senatore della repubblica, ed attivista sui temi della pace, della solidarietà internazionale, dell’ambiente e dei diritti umani, è oggi portavoce della rete In difesaDi, e membro da oltre dieci anni del Tribunale Permanente dei Popoli,   .

 

Come leggiamo dallo Statuto del Tribunale: “La principale funzione del Tribunale è quella sussidiaria, poiché agisce in assenza di una giurisdizione internazionale competente a pronunciarsi sui casi di giustizia dei popoli. Nelle sue Sentenze, il Tribunale non si limita ad applicare le norme esistenti, ma mette in evidenza lacune o limiti del sistema internazionale di tutela dei diritti umani per indicarne linee di sviluppo”. Partendo da questa questione generale, secondo te perché è importante oggi avere un Tribunale Permanente dei Popoli?

La domanda è assai pertinente visto che proprio in occasione del quarantesimo anniversario della Carta di Algeri è iniziato un processo di revisione dello Statuto del Tribunale e del suo ruolo rispetto alle sfide attuali e future. Insomma, uno sforzo necessario di rielaborazione delle categorie di ‘decolonizzazione’ e di diritti dei popoli, di crimini contro l’umanità, di fronte a questioni quali l’ecocidio, la sofferenza di moltitudini non necessariamente qualificabili come ‘popoli’ (vedi ad esempio i migranti e rifugiati).

Il Tribunale venne istituito per ‘accompagnare’ inizialmente i processi di decolonizzazione, offrire sponda a chi lottava per l’indipendenza dalle potenze coloniali vecchie e nuove, contro le dittature. Ovviamente, nel corso dei decenni il contesto si ètrasformato, ed oggi ad esempio quando si parla di autodeterminazione non si può non considerare il ruolo del mercato globale, delle imprese transnazionali, della finanza, nella contrazione degli spazi di democrazia, nello svuotamento del ruolo degli stati, nella crescente marginalizzazione di settori sempre più ampi della popolazione globale, nella creazione di meccanismi di ‘colonizzazione’ nuovi, fondati sul predominio del paradigma estrattivista. A fronte di ciò, si è assistito alla progressiva trasformazione del diritto internazionale, da ius gentium a lex mercatoria, da diritti dei popoli a legge del mercato, insomma il diritto che si afferma come strumento di dominio.

Per questo oggi, anche a fronte della crescente incapacità del diritto internazionale e delle sue istituzioni di assicurare il rispetto dei diritti dei popoli, il ruolo del Tribunale assume grande rilevanza. Non come ‘istituzione’ fissa, congelata nel tempo, ma come luogo di convergenza di movimenti, di popoli, delle cosiddette ‘vittime’, al fine di creare alleanze trasversali, offrire luoghi di enunciazione, e visibilizzare situazioni e condizioni di negazione dei diritti e della dignità. In quanto Tribunale d’opinione, ovviamente il TPP non può comminare pene o emanare condanne con valore legale vincolante, ma certamente può offrire strumenti aggiuntivi a chi lotta per la giustizia. Basti pensare ad esempio alle sessioni-paese in Colombia o in Messico, quella recente sulla situazione dei Rohingya, o quelle sul massacro dei Tamil. E poi quelle sulle imprese transnazionali dapprima centrate sulle politiche dell’Unione Europea in America Latina e ora sulle multinazionali del settore minerario in Africa del Sud. Grazie al minuzioso lavoro di approfondimento ed elaborazione da parte delle giurie composte di personalità eminenti nei loro rispettivi campi di azione e iniziativa, e al forte nesso con i movimenti, il TPP ha potuto contribuire con le proprie sentenze a importanti sviluppi a livello nazionale ed internazionale. Alcune sentenze sono state utili per corroborare le richieste di risarcimento e giustizia da parte di comunità impattate o di ‘parti lese’. La mobilitazione in Europa e America Latina per le sessioni sulle multinazionali europee in America Latina, ha avuto poi un seguito nella creazione di una rete globale di movimenti sociali contro l’impunità delle imprese, che ha prodotto un ‘Tractado de los Pueblos’ su Imprese e diritti umani. Una mossa importante, che dall’esterno, accompagnava il lavoro dell’Ecuador e di altri paesi per un Trattato vincolante sulle Imprese all’interno del Consiglio ONU sui Diritti Umani.

 

E perché è importante che il Tribunale Permanente dei Popoli faccia una sessione sulle violazioni dei diritti delle persone migranti e rifugiate?

Potrei rispondere semplicemente perché ormai è stato detto e fatto tutto il possibile sul tema migratorio, la mole di analisi e informazioni a disposizione è enorme (fa fede la grande quantità di documenti che abbiamo acquisito e visionato in preparazione e nel corso dell’udienza). Eppure nonostante l’evidenza conclamata, le mobilitazioni, le coraggiose pratiche di disobbedienza e mutualismo, sembra di restare sempre fermi al punto di partenza. Si nega, cioè, l’evidenza, ossia che gli esseri umani in quanto tali sono nomadi, si spostano, lo fanno fin dall’inizio della storia dell’umanità, eppure si continuano ad ergere muri, si lascia morire gente in fondo al mare o nel deserto, i discorsi xenofobi e razzisti sembrano prendere il sopravvento. Per quello che abbiamo definito come ‘devianza’, si presenta il migrante come primo colpevole, solo per il fatto di migrare, mentre chi è veramente responsabile delle loro morti, o della violazione dei loro diritti resta impunito.

Allora per rispondere a questa domanda è importante anzitutto specificare che il Tribunale non si autoconvoca, ma si costituisce in seguito ad una richiesta esplicita da parte di coalizioni internazionali, organizzazioni e movimenti, rappresentanti delle ‘vittime’, qualora si ritenga necessario incrementare il livello di visibilità e articolazione delle vertenze e delle mobilitazioni in atto, e offrire opportunità ai soggetti direttamente colpiti o interessati per invocare verità e giustizia.

Ad esempio, la sessione del TPP sui migranti è stata richiesta da una coalizione internazionale di oltre 100 realtà associative e di movimento che si sono riunite a Barcellona nel luglio dell’anno scorso. A Barcellona si sono definiti gli obiettivi della sessione su diritti dei migranti e rifugiati e contro l’impunità. Anzitutto quello di «connettere le condizioni strutturali che causano lo spostamento forzato di persone, e l’assenza di diritti in tutto questo processo». Ed ancora «Il popolo migrante non potrà essere rappresentato come oggetto di consolazione o solidarietà ma come soggetto del proprio destino» così nelle conclusioni dell’udienza preliminare di Barcellona svolte da Carlos Beristain, presente anche nella giuria di Palermo. E per restituire loro dignità sarà necessario indagare le cause dell’impunità e immaginare processi di recupero della memoria collettiva. Altro elemento importante, è relativo alla narrazione dominante che utilizza il termine ‘crisi dei migranti’, quando in effetti la crisi vera è quella dell’Europa del suo progetto e della sua stessa essenza politica.

È una crisi della democrazia, innescata in nome della governance. Lo abbiamo constatato anche nel corso dell’udienza di Palermo quando ci siamo trovati di fronte alla difficoltà di ricostruire le catene di responsabilità per le politiche di gestione dei flussi migratori e per identificare quelle condizioni che rendono possibile l’impunità. Abbiamo confermato ulteriormente quel che già era evidente, ad esempio, nel caso delle politiche commerciali e di promozione degli investimenti. Cioè che esiste un meccanismo di frammentazione della responsabilità nei mille rivoli, procedure e processi decisionali ed amministrativi informali.

Così ci si trova di fronte ad una sovranità spacchettata, usata à la carte per creare una situazione nella quale una sua espressione prende il sopravvento rispetto ad altre, a seconda delle circostanze, senza che esista un principio superiore.

Judith Butler in una sua recente lecture all’Università di Bologna centra il punto dicendoci che ad oggi non esiste un tribunale che possa risolvere i conflitti nello spazio e nel tempo generati dalle modalità scelte per ‘governare’ i flussi migratori, e non esistendone uno ‘istituzionale’ i movimenti e le associazioni ed organizzazioni di migranti e rifugiati hanno deciso di appellarsi al Tribunale Permanente dei Popoli.

 

Negli anni le lotte dei sans papier e delle persone migranti hanno utilizzato il linguaggio del diritto cercando di aprirsi un varco nelle sue contraddizioni. Non sempre questo uso ‘dal basso’ del diritto ha raggiunto il suo scopo. Non credi che il solo linguaggio del diritto possa essere in qualche modo limitativo per le rivendicazioni dei movimenti sociali e delle persone migranti? Ad esempio ha ancora senso formulare le nostre richieste nei termini dei ‘diritti umani’, dopo che questi stessi diritti sono stati usati per giustificare guerre e interventi umanitari?

Infatti su questo ci interroghiamo. In prima istanza sul se ad oggi gli strumenti e le istituzioni dedicate al rispetto dei diritti, del dritto internazionale e dei popoli e le categorie stesse siano sufficienti. O se non sia necessario immaginare altri approcci, altre modalità. Questo anche è il compito di un Tribunale come il TPP che si fonda sui diritti dei popoli, proprio per identificare la specificità di queste categorie rispetto alla categoria tradizionale dei diritti umani. Concetto che troppo spesso resta ancorato alla sovranità degli stati, anzi viene delimitato e definito proprio rispetto alla sovranità. Che sia in termini di riaffermazione della sovranità nazionale in senso repressivo o selettivo, o di sua messa in discussione attraverso il discorso della responsibility to protecto dell’ingerenza umanitaria. Nel nostro caso, credo che il tema centrale sia quello di ridefinire ciò che è giusto rispetto a ciò che è legale, ossia permesso o codificato dal diritto internazionale.

Spesso le due categorie non vanno a braccetto: ciò che è giusto a volte è considerato illegale (si veda ad esempio la criminalizzazione delle pratiche di solidarietà con i migranti e rifugiati). Mentre ciò che è ‘legale’ non necessariamente è giusto. Ricordo un’importante sentenza del Tribunale sulle Guerre umanitarie, nella quale si disse chiaramente che, anche con l’avallo del Consiglio di Sicurezza, le guerre umanitarie andavano contro il diritto e la giustizia se non contro la stessa Carta delle Nazioni Unite. E poi, non sarà forse il caso di immaginare approcci che vadano oltre la categoria stretta di diritti umani, troppo spesso ancorata alla giurisdizione degli stati-nazione? E comunque, dalla portata ormai limitata visto che non coglie – ad esempio – le elaborazioni importanti sui diritti della Madre Terra e le sfide poste da questa nuova fase del capitalismo estrattivista.

Nel caso dei migranti e rifugiati, proprio come dice Giorgio Agamben è la figura del rifugiato a interpellarci sul tema dei diritti ‘oltre i diritti umani’. Finora connessi allo stato-nazione, e quindi non pertinenti rispetto a chi ne vive al di fuori. Agamben propone quindi di dissolvere la distinzione tra cittadino e rifugiato e aprire uno spazio dove interno ed esterno si determinano reciprocamente. Io credo che oggi il lavoro di un Tribunale di opinione con la storia e le caratteristiche del Tribunale Permanente dei Popoli debba continuare a esplorare quella zona indefinita tra giustizia e legalità ed il rapporto tra sovranità, autodeterminazione e diritti dei popoli.

Il tema centrale sarò quindi quello di rielaborare la categoria del diritto in senso non necessariamente normativo legalistico, ma come spazio di rivendicazione per chi oggi è oppresso. Inoltre, un tribunale principalmente di opinione come il TPP può contribuire a mettere a nudo le contraddizioni ed i gap esistenti nel diritto internazionale attuale, e dei diritti umani, quando questi non contribuiscono al rispetto dei diritti dei popoli o della sua autodeterminazione. Questo secondo punto è centrale e fa parte dell’essenza stessa del Tribunale nato con la Carta di Algeri, nella quale si specifica ad esempio che «il rispetto effettivo dei diritti dell’uomo implica il rispetto dei diritti dei popoli» e quindi il diritto all’autodeterminazione.

  

Un enorme problema a cui ci sottopone il linguaggio del diritto internazionale, europeo e nazionale, è oggi la divisione tra migranti economici (che non hanno diritto di restare), rifugiati politici e richiedenti asilo (che dovrebbero avere il diritto di restare), come sfuggiamo queste divisioni che ci impone la gestione neoliberale delle migrazioni?

Il tema della frontiera come spazio di determinazione di chi ha diritto a entrare e restare e chi no è fondamentale. Oltre al gran lavoro di Sandro Mezzadra a tal riguardo vorrei ricordare ancora Judith Butler quando ci dice che «la frontiera è riarticolata nel tempo così da riorganizzare il tempo tra chi può spostarsi e chi no, colui il cui futuro è possibile, e colui il cui futuro e precluso, la cui vita è degna o meno».

Come superare quindi questa distinzione? Io credo che si debba far leva proprio su quest’ultimo elemento, partire cioè dalla concezione di grievable life, o ancor meglio di disposable life, vita di scarto, cioè quella dei migranti considerati vite di scarto al tavolo delle trattative internazionali, quelle della geopolitica o della geostrategia. Se partiamo quindi a valle del problema, ossia dagli effetti sulle vite incarnate delle persone, e non a monte, a seconda delle cause che inducono a muoversi, vediamo che il quadro cambia.

Non ricordo dove ho letto una definizione che a mio parere coglie il punto. Dice, non è solo il migrante che attraversa le frontiere, ma sono le frontiere che attraversano il corpo di chi migra. Essendo poi i diritti umani per loro stessa natura universali ed indivisibili non si potrà più definire che sia più rilevante assicurare protezione
a chi fugge da guerre combattute o dalla violazione dei propri diritti civili o politici, mentre chi fugge da situazioni caratterizzate dalla violazione di altri diritti, ambientali, sociali e economici non ha diritto ad essere accolto, e restare.

Per fare un esempio: la Corte Penale Internazionale ha sancito che crimini ambientali come il landgrabbing possono essere da essa giudicati in quanto possibili crimini contro l’umanità verso le popolazioni che ne soffrono le conseguenze. Né più e né meno come crimini di guerra. Allora il punto è forse quello di partire dai soggetti incarnati dalla loro condizione dalla spoliazione di dignità e diritti che questi soffrono piuttosto che da una distinzione ormai arcaica. O peggio strumentale. Mi viene sempre in mente il caso dell’Eritrea, paese oppresso da un regime crudele quello di Isaias Aferwerki. Ad un certo punto si è fatta strada l’interpretazione secondo la quale gli eritrei scappano perché non vogliono fare il servizio militare o perché non ci sono sufficienti posti di lavoro. In ultima istanza che gli eritrei siano migranti ‘economici’ e quindi basta aiutare quel governo con la cooperazione per creare le infrastrutture necessarie per creare posti di lavoro et voilà. È la logica odierna degli aiuti di cooperazione per arginare i flussi migratori, omettendo spesso colpevolmente di identificarne le vere cause. O offrendo a regimi dispotici occasione per riabilitarsi come partner di fiducia.

Faccio un altro esempio più pertinente al nostro caso: esiste a livello di diritto internazionale l’obbligo del non-refoulement ossia di non rimpatriare persone nei paesi di origine o di provenienza in caso esista il rischio che vengano sottoposte a trattamenti disumani e degradanti. Questo è stato un punto importante per definire nella sentenza di Palermo la corresponsabilità dell’Italia nei crimini contro l’umanità commessi sui migranti nei campi di internamento in Libia. Ciò va letto insieme alla decisione di interrompere Mare Nostrum, ridefinire le zone di soccorso in mare (SAR) subappaltando il compito di pattugliamento in mare, controllo delle frontiere e intercettazione dei ‘barconi’ alla guardia costiera libica.

Restando però su tema del significato e della portata del principio di non-refoulement, se reinterpretiamo questa categoria dal punto di vista della dignità e della condizione materiale di vita della persona che viene respinta in quanto ‘migrante economico o climatico’, perché non si considera condizione disumana e degradante anche quella di chi viene rispedito a patire la fame, la sete o gli effetti devastanti del climate change con i conflitti che questo genera? Personalmente ritengo che per superare tale approccio sia necessario riconoscere il diritto fondamentale alla mobilità umana.

Torniamo così ad un punto: il percorso migratorio va considerato come un atto di autodeterminazione, una scelta coraggiosa, nella quale si riconosce l’agency di chi migra, in cerca di miglior vita o per costruirsi un progetto di vita. La distinzione tra migrante economico e non a mio parere non riconosce tale agency, vittimizza o criminalizza chi migra (illegale o clandestino fino a prova contraria) e opera una selezione opportunistica strumentale al mercato del lavoro, alle agende securitarie e/o agli interessi geopolitici degli stati. La sentenza di Palermo propone invece un approccio che supera tale distinzione concentrandosi sul riconoscimento dello ius migrandi, del diritto alla liberà di circolazione, che però va accompagnato al diritto all’accoglienza.

Giacché il punto centrale è quello di assicurare le condizioni degne per intraprendere tale percorso migratorio dall’inizio alla sua destinazione finale. Come diciamo nella sentenza: «Migrare è un atto esistenziale e politico. Lo ius migrandi è il diritto umano del nuovo millennio che, sostenuto dall’associazionismo militante, dai movimenti internazionali e dall’opinione pubblica più avvertita e vigile, richiederà una lotta pari a quella per l’abolizione della schiavitù. Ma non c’è diritto di migrare senza ospitalità intesa non nel senso riduttivo di semplice diritto di visita, bensì come diritto di residenza» 

Qui la sentenza della Sessione sulle violazioni dei diritti delle persone migranti e rifugiate

Tagged with: