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AOI

Ripresi i combattimenti nel Tigray e interrotte le relazioni diplomatiche tra Etiopia ed Eritrea. Le organizzazioni: “Il rischio è una nuova guerra regionale. Servono ora iniziative diplomatiche concrete”

Il Corno d’Africa torna sull’orlo di una nuova guerra. Dal 23 settembre sono ripresi i combattimenti nel Tigray tra le forze federali etiopi e le forze tigrine. Nei giorni successivi l’escalation si è aggravata, con attacchi aerei e di artiglieria in diverse aree del nord dell’Etiopia, mentre il 1° ottobre Etiopia ed Eritrea hanno interrotto le relazioni diplomatiche. Il rischio è che la crisi, già drammatica, superi rapidamente i confini del Tigray e si trasformi in un nuovo conflitto regionale.

Il precedente del conflitto del Tigray del 2020-2022, che provocò centinaia di migliaia di vittime, mostra quanto rapidamente una crisi possa allargarsi coinvolgendo attori e interessi regionali. Oggi, alla questione tigrina, si sovrappongono le tensioni tra Etiopia ed Eritrea, la disputa sul Nilo e sulla Grand Ethiopian Renaissance Dam, la guerra in Sudan e la crescente competizione sul Mar Rosso. Anche la questione dell’accesso dell’Etiopia al mare rappresenta un ulteriore elemento di forte preoccupazione in un quadro già estremamente fragile.

Per AOI e Rete Italiana Pace e Disarmo, è il momento di intervenire prima che l’escalation renda ancora più difficile qualsiasi spazio per la diplomazia. L’Unione Africana deve poter assumere un ruolo centrale, sostenendo il pieno rispetto dell’Accordo sulla cessazione delle ostilità del 2022 e promuovendo un nuovo tavolo regionale capace di affrontare insieme le diverse crisi che attraversano l’area. La prevenzione del conflitto deve tornare a essere una priorità della politica internazionale.

In questo quadro, anche l’Italia deve assumersi le proprie responsabilità politiche. AOI e Rete Italiana Pace e Disarmo chiedono al Governo di promuovere immediatamente un’iniziativa diplomatica autonoma per la cessazione delle ostilità, la protezione della popolazione civile e l’apertura di un vero processo negoziale. Roma deve utilizzare i propri canali diplomatici per sostenere il dialogo tra le parti e rafforzare il ruolo dell’Unione Africana, senza contribuire a una nuova logica di contrapposizione militare.

Particolare attenzione deve essere riservata anche alla presenza italiana nella regione. Da circa due mesi l’Ambasciata italiana ad Addis Abeba è priva dell’ambasciatore, proprio mentre la situazione sul terreno si deteriora. In una fase così delicata, non può essere considerata una semplice questione amministrativa: il Governo deve garantire una piena capacità di iniziativa diplomatica e assicurare la massima attenzione alla sicurezza delle organizzazioni umanitarie, degli operatori della cooperazione e dei cittadini italiani presenti nelle aree interessate dalla crisi, garantendo informazioni tempestive, assistenza consolare e, dove necessario, concrete possibilità di evacuazione.

“In questo momento è importante ricordare anche il ruolo delle organizzazioni della cooperazione internazionale che da anni lavorano nella regione insieme alle organizzazioni e alle comunità locali”, sottolinea Giovanni Lattanzi, presidente di AOI. “Attraverso progetti concreti, relazioni tra partner e lavoro quotidiano, queste realtà costruiscono legami e fiducia anche dove la politica e la diplomazia fanno più fatica ad arrivare. È un modello di cooperazione che contribuisce concretamente alla pace e che oggi deve essere sostenuto e protetto.”

Non è possibile parlare di pace mentre si alimentano dinamiche che aumentano la disponibilità di armi e la capacità militare degli attori coinvolti. La politica italiana verso il Corno d’Africa deve essere coerente con i principi della Costituzione, con l’articolo 11 e con la normativa sul commercio degli armamenti.

“Il rischio che abbiamo davanti non è soltanto quello di una nuova guerra in Etiopia, ma il possibile concatenarsi delle crisi del Tigray, dell’Eritrea, del Sudan, del Mar Rosso e del Nilo in un unico grande focolaio regionale”, conclude Lattanzi. “È ancora possibile cambiare direzione. L’Italia scelga di investire nella diplomazia, nella cooperazione e nella prevenzione, rafforzando chi ogni giorno costruisce relazioni di pace sul terreno. La sicurezza del Corno d’Africa non si costruisce con più armi, ma creando le condizioni perché le comunità e i Paesi della regione possano tornare a parlarsi e a costruire un futuro comune.”