Il Comitato Congiunto del MAECI venerdì scorso ha varato le linee guida per l’accesso della società civile all’”elenco” che riconosce i “soggetti” no profit della cooperazione (art.26 L.125/2014), chiudendo le porte alla maggior parte delle categorie descritte nella legge che non abbiano di fatto i requisiti delle Ong idonee della ex L.49/87.

Sono stati adottati criteri estremamente selettivi che si rifanno quasi interamente alla vecchia “idoneità”: sbarrando a monte l’ingresso alla maggior parte di onlus, associazioni di promozione sociale (APS), aggregazioni delle diaspore, all’arcipelago del commercio equo e dell’economia solidale, alle associazioni di volontariato internazionale: quel capitale sociale che tanto spesso viene definito da politici al Governo e parlamentari “risorsa imprescindibile” per coinvolgere i cittadini e le comunità nel nuovo percorso della cooperazione internazionale e per garantire le basi di un approccio di sistema per il Paese, nel dialogo tra pubblico e privato, profit e no profit.

La società civile solidale italiana coniuga l’impegno nella cooperazione internazionale con le vertenze per i diritti globali e la lotta ad ogni forma di povertà; è attiva nell’assistenza umanitaria nelle aree di crisi, nelle tante frontiere europee e mediterranee e nell’accoglienza sulle nostre spiagge dei migranti in fuga dalla violenza, dalle guerre, dalla fame. Il valore aggiunto della cooperazione non governativa del nostro Paese è stato più volte sostenuto dallo stesso OCSE-Dac (Development Assistance Commitee), nelle sue raccomandazioni all’Italia sulle politiche per lo sviluppo.

Un inizio certamente non brillante per l’Agenzia e per il Comitato Congiunto, che si espongono a critiche (forse a possibili ricorsi) dei molti soggetti giustamente delusi nelle legittime aspettative suscitate da una legge che hanno difeso e sostenuto, pur denunciandone limiti e contraddizioni, proprio in nome della sua inclusività.

Così l’Italia si allontana dalle linee strategiche di cooperazione internazionale che l’Unione Europea sta definendo in un dialogo aperto con tutti gli attori, promuovendo programmi e azioni volte a valorizzare al massimo mission, competenze e risorse valoriali in un’ottica di sistema. Perché non è con criteri di idoneità basati principalmente sulla “solidità” economico-finanziaria e sull’efficienza formale a livello organizzativo che si verifica per un soggetto no profit la trasparenza nella gestione dei fondi pubblici e l’accountability, la sostenibilità e la capacità di promuovere sensibilità e coinvolgimento di risorse altre (materiali e umane).

Con le linee guida definite da MAECI e Agenzia venerdì scorso è impossibile per molte associazioni di volontariato e promozione sociale, tanto più per un’aggregazione della diaspora, non soltanto gestire un progetto, ma addirittura acquisire competenze spendibili nel curriculum con un partenariato a pari livello nei consorzi. Non è più difendibile, dicono da tempo le Ong, uno “status” acquisito nel passato che non risponde alla costruzione di sinergie e relazioni del presente.

AOI è un’aggregazione nazionale di Ong, associazioni di volontariato, solidarietà e cooperazione internazionale, promozione del fair trade e del commercio equo, economia solidale, adozione internazionale, affido a distanza: non può accettare le linee guida appena deliberate per l’elenco dei soggetti dell’art.26 della L.125/2014.

AOI chiede ad Agenzia e Ministero, in primis al Viceministro Mario Giro, garante del funzionamento della nuova legge, di verificare la possibilità di una revisione a breve termine dei criteri dell’elenco in un Comitato Congiunto: nel nome della piena partecipazione della società civile ai bandi e alle altre iniziative della cooperazione internazionale in un’ottica di sistema vera ed efficace.

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